Batterie accumulo fotovoltaico: il rischio incendio reale

Quanto è probabile davvero un incendio da accumulo, cosa innesca la fuga termica, perché il litio ferro fosfato sposta le soglie e dove va messa la batteria sul balcone.

Batterie e accumulo Pubblicato il 11 min di lettura

In questa guida
  1. Quante batterie prendono fuoco davvero
  2. Cosa succede dentro una cella che va in fuga termica
  3. Perché il litio ferro fosfato sposta i numeri
  4. Le tre porte da cui entra il guasto
  5. Cosa dice la norma italiana, e cosa non dice
  6. Dove mettere l’accumulo sul balcone
  7. Cosa controllare prima di comprare
  8. Se prende fuoco
  9. Il verdetto
  10. Domande frequenti

Basta cercare “batteria fotovoltaico incendio” per trovare foto di garage anneriti e titoli allarmati. Le stesse pagine però non dicono quasi mai quante siano le batterie installate che non hanno preso fuoco, e senza quel secondo numero il primo non significa niente. Qui trovi le probabilità misurate, la chimica che le spiega e le regole pratiche che spostano davvero il rischio.

Quante batterie prendono fuoco davvero

Il numero più solido disponibile in Europa arriva da uno studio della RWTH di Aquisgrana pubblicato nel 2024, che ha messo in fila i casi riportati dalla stampa tedesca e li ha divisi per il parco installato, circa 1,6 milioni di accumuli domestici. Ne esce una probabilità di incendio dello 0,0049 per cento all’anno per singolo sistema.

Detto in modo più maneggevole: circa un apparecchio ogni ventimila all’anno. Il conteggio si ferma agli incendi partiti dalla batteria vera e propria ed esclude i casi attribuiti al sistema di gestione o a errori umani, quindi va letto come il rischio della chimica, con l’elettronica e il montaggio contati a parte.

Il valore assoluto dice poco finché non gli metti accanto oggetti che nessuno considera pericolosi.

OggettoProbabilità di incendio all’anno
Auto con motore a combustione0,089 %
Auto elettrica0,024 %
Accumulo domestico0,0049 %
Asciugatrice0,0037 %
Impianto fotovoltaico0,0014 %
Frigorifero0,0012 %

Due letture oneste convivono in questa tabella. Un accumulo brucia più spesso di un frigorifero e di poco più spesso di un’asciugatrice, quindi non è un oggetto inerte. Allo stesso tempo sta un ordine di grandezza sotto un’auto elettrica e quasi due sotto un’auto a benzina, cioè sotto cose che teniamo in garage senza pensarci.

Un’ultima cautela sui dati: la fonte sono le notizie di cronaca, e le notizie di cronaca sottostimano gli eventi minori e sovrastimano quelli spettacolari. Il numero regge come ordine di grandezza e va usato per quello.

Cosa succede dentro una cella che va in fuga termica

L’incendio di una batteria al litio si chiama fuga termica, in inglese thermal runaway, ed è una reazione che si alimenta da sola. Capirne le tappe serve a capire perché certe precauzioni contano e altre no.

Tutto parte da un riscaldamento, per qualsiasi ragione. Intorno agli 80-120 °C si decompone il film sottile che protegge l’anodo, chiamato SEI, e la reazione libera altro calore. Verso i 130-160 °C fonde il separatore, la membrana che tiene distanti i due elettrodi, e da quel momento anodo e catodo possono toccarsi in punti sempre più estesi.

Il cortocircuito interno che ne segue scalda ancora, e sopra una certa temperatura il materiale del catodo comincia a cedere ossigeno. È il punto di non ritorno: da lì la cella ha dentro di sé sia il combustibile sia il comburente, e continua a reagire anche in assenza di aria.

Scala verticale delle temperature da 0 a 900 gradi: l'intervallo di esercizio di un accumulo da balcone occupa la fascia da -20 a 60 gradi, il film SEI si decompone fra 80 e 120 gradi, il separatore fonde fra 130 e 160, la fuga termica parte fra 170 e 210 gradi nelle celle NMC e fra 220 e 270 nelle LFP, con picchi di 800 e 620 gradi.
Fra la temperatura massima di esercizio e la soglia di innesco di una cella LFP corrono quasi duecento gradi.

La grafica mostra il dato che conta più di tutti: l’apparecchio lavora fino a 60 °C, la reazione si innesca oltre i 220 °C. Perché una cella arrivi lassù serve un guasto grave o un abuso meccanico. Il caldo di un pomeriggio d’agosto si ferma molto prima.

Perché il litio ferro fosfato sposta i numeri

La chimica delle celle cambia le soglie in modo consistente, ed è la ragione per cui il mercato dell’accumulo stazionario è passato quasi interamente al litio ferro fosfato.

GrandezzaCelle LFPCelle NMC
Innesco della fuga termica220-270 °C170-210 °C
Picco di temperatura sulla cellacirca 620 °Ccirca 800 °C
Massa espulsa dalla cella20-25 %40-50 %

Il fosfato di ferro tiene l’ossigeno legato in una struttura più stabile e lo cede a temperature più alte, quindi serve più energia per far partire la reazione e ne esce meno una volta partita. Il prezzo di questa stabilità è una densità di energia inferiore, cioè più chili e più volume a parità di kilowattora, come raccontato nella guida su quanto durano le batterie del fotovoltaico.

Per chi guarda un accumulo da balcone la conseguenza pratica è semplice: tutti gli apparecchi plug and play in commercio montano celle LFP. Nella pratica di acquisto la scelta della chimica non si pone, perché il mercato l’ha già fatta. Le chimiche alternative che la pubblicità presenta come immuni agli incendi meritano comunque una lettura attenta, e le trovi analizzate nella guida all’accumulo fotovoltaico al grafene.

Le tre porte da cui entra il guasto

Gli abusi che portano una cella oltre soglia si raggruppano in tre famiglie, e ognuna ha la sua contromisura.

L’abuso meccanico è la deformazione: schiacciamento, foratura, caduta da un’altezza significativa. Un accumulo da balcone pesa fra i 20 e i 25 kg e sta appoggiato a terra, quindi il rischio concreto è farlo cadere durante il trasporto o mentre lo si sposta. Un apparecchio che ha preso un colpo serio va osservato per giorni, e qualunque rigonfiamento della cassa è un motivo per smettere di usarlo.

L’abuso elettrico comprende sovraccarica, scarica troppo profonda, correnti oltre specifica e cortocircuito esterno. È la famiglia che il BMS presidia direttamente: nelle schede tecniche degli accumuli da balcone la lista delle protezioni comprende sovraccarico, scarica profonda, sovracorrente, cortocircuito, sovratemperatura e sottotemperatura. Il BMS è la ragione per cui un pacco di celle sfuse comprato online e cablato a mano appartiene a un altro mondo di rischio rispetto a un apparecchio finito, un tema che torna in modo ancora più netto quando si pensa di riciclare batterie d’auto come accumulo.

L’abuso termico è il calore che arriva da fuori: sole diretto per ore su una cassa scura, un apparecchio chiuso dentro un mobile senza aria, un incendio che parte altrove. Qui la contromisura è tutta nella posa, e ne parliamo fra poco.

Una quarta via merita una riga a parte, perché non è un abuso: il difetto di fabbricazione della cella, tipicamente una particella metallica finita dentro durante la produzione. È raro, non si vede da fuori e si manifesta anche a distanza di anni. Contro questo l’unica difesa è comprare da produttori che dichiarano la certificazione IEC 62619, la norma di sicurezza per le celle secondarie in applicazioni industriali e stazionarie, insieme alla UN 38.3 sul trasporto.

Cosa dice la norma italiana, e cosa non dice

Su questo punto circola parecchia confusione, perché nel dicembre 2024 sono uscite linee guida importanti che però parlano di tutt’altra taglia.

La nota DCPREV 21021 del 23 dicembre 2024 del Corpo nazionale dei vigili del fuoco detta i criteri di progettazione, realizzazione ed esercizio dei sistemi di accumulo elettrochimico, con attenzione specifica al rischio di fuga termica delle celle al litio. La nota 9467 del 5 giugno 2025 ne ha chiarito i punti interpretativi. Il documento ragiona però in termini di container da 40 piedi come unità base per il calcolo delle distanze di sicurezza, con un limite di 32 m² di superficie complessiva per la configurazione a due container: siamo nel mondo degli impianti di rete e industriali.

Per un accumulo domestico da 2 kWh appoggiato su un balcone non esiste oggi una regola tecnica di prevenzione incendi dedicata. Quello che si applica è un insieme diverso di regole:

  • le norme di prodotto che il costruttore dichiara, prima fra tutte la IEC 62619 sulle celle, insieme alla marcatura CE e alla UN 38.3;
  • la CEI 0-21 per la parte di connessione alla rete, che riguarda il convertitore e non la chimica;
  • il DM 37/08 sull’impiantistica, quando l’installazione tocca l’impianto fisso di casa;
  • le istruzioni del produttore, che in caso di sinistro sono il primo documento che un perito legge.

Una novità del 2026 va conosciuta, anche se non genera obblighi per le abitazioni: la ISO 3941:2026 ha introdotto la classe di fuoco L per gli incendi che coinvolgono celle agli ioni di litio, riconoscendo formalmente che non rientrano nelle classi A, B, C, D ed F. Nei luoghi di lavoro questo si traduce in un aggiornamento della valutazione dei rischi e dei mezzi di estinzione. In casa resta un’informazione utile per capire perché l’estintore del corridoio non è la risposta.

Dove mettere l’accumulo sul balcone

Qui si gioca la parte di rischio su cui hai davvero controllo, e sono cinque regole concrete.

Appoggio solido e piano. Gli apparecchi in commercio pesano fra i 20 e i 25 kg su basi di circa 30 × 25 cm, quindi vanno a terra o su un ripiano ancorato. La ringhiera è il posto dei moduli, come spiegato nella guida al pannello solare da ringhiera; la batteria resta a terra.

Fuori dal sole diretto. Il grado IP65 dichiarato dalla maggior parte dei modelli riguarda polvere e getti d’acqua, e lascia scoperto il tema del calore. Una cassa scura sotto il sole di luglio in una città del Sud arriva a temperature che accorciano la vita delle celle molto prima di avvicinarsi a qualunque soglia di pericolo. L’ombra è una scelta che conviene per due motivi diversi.

Niente coperture improvvisate. Teli, cartoni e mobiletti chiusi tolgono la convezione naturale su cui questi apparecchi contano per raffreddarsi, visto che quasi nessuno ha ventole.

Rispettare l’intervallo di temperatura. I modelli dichiarano tipicamente da -20 a +60 °C, e qualcuno si ferma a -10 °C. Sotto lo zero il BMS riduce o blocca la carica per proteggere le celle, e i modelli migliori scaldano le celle prima di accettare corrente. In pianura padana un apparecchio con limite a -10 °C va messo in una zona riparata o ricoverato nei mesi più freddi.

Fuori dal percorso di fuga. Vale la regola generale della sicurezza domestica: l’oggetto che potrebbe bruciare non sta fra te e la porta di casa. Su un balcone stretto significa scegliere il lato lontano dalla portafinestra.

Sul balcone in condominio valgono in più le regole sul decoro e sulle parti comuni, trattate nella guida al fotovoltaico da balcone in condominio.

Cosa controllare prima di comprare

Le voci che contano davvero sono poche e stanno quasi tutte nella scheda tecnica.

La chimica dichiarata. Deve esserci scritto litio ferro fosfato o LFP. Un’omissione su questo punto è un motivo sufficiente per cambiare prodotto.

Le certificazioni delle celle. IEC 62619 e UN 38.3 sono il minimo, la marcatura CE da sola non basta perché copre un altro perimetro.

Le protezioni del BMS. La lista dovrebbe comprendere almeno sovraccarico, scarica profonda, sovracorrente, cortocircuito, sovratemperatura e sottotemperatura.

Il grado di protezione e l’intervallo di esercizio. IP65 e -20/+60 °C sono i valori di riferimento del mercato, e chi dichiara meno lo fa per una ragione.

Il riscaldamento delle celle. Serve per caricare sotto i 5 °C senza danneggiare la chimica, ed è una funzione che divide gli apparecchi progettati per stare fuori da quelli adattati.

La garanzia scritta. Dieci anni sono lo standard degli apparecchi seri, cinque il minimo accettabile. La differenza dice quanto il produttore crede alle proprie celle. Il criterio è lo stesso che guida la scelta di una batteria per impianto fotovoltaico di taglia domestica.

Se prende fuoco

Vale la pena sapere in anticipo cosa fare, perché nel momento in cui succede il tempo per pensare è poco.

Il primo segnale è quasi sempre l’odore, acre e dolciastro insieme, spesso accompagnato da un sibilo delle valvole di sfiato delle celle. Il fumo che esce è tossico e contiene acido fluoridrico. Se lo senti, la sequenza è: allontanare le persone, chiudere la portafinestra, chiamare il 112 e aspettare fuori.

Quello che non ha senso fare è provare a spegnere con un estintore a polvere o a CO2. Quei mezzi tolgono ossigeno alla fiamma, e la fuga termica l’ossigeno se lo produce dentro le celle, quindi la reazione continua e riaccende tutto poco dopo. È lo stesso motivo per cui i vigili del fuoco, sul posto, lavorano con grandi quantità d’acqua: l’obiettivo è raffreddare la massa fino a fermare la reazione.

Ugualmente da evitare è spostare l’apparecchio o buttarlo dal balcone. Una cella in fuga termica proietta materiale, e maneggiare una cassa in quelle condizioni significa esporsi al getto.

Dopo l’intervento resta un ultimo punto poco intuitivo: un pacco batterie coinvolto in un incendio può riaccendersi a distanza di ore, quindi non va rimesso in casa né in cantina, e va conferito come rifiuto pericoloso seguendo le stesse regole descritte nella guida allo smaltimento dei pannelli solari.

Il verdetto

Un accumulo domestico è un oggetto che contiene energia concentrata, e come tale merita rispetto. I numeri misurati lo collocano però in una fascia di rischio confrontabile con gli elettrodomestici che teniamo in casa senza pensarci: 0,0049 per cento all’anno, sopra un frigorifero e sotto un’auto ferma in garage.

Le tre cose che spostano il rischio in modo concreto sono la chimica, l’elettronica e la posa. Sulla chimica il mercato del balcone ha già deciso per te, perché gli apparecchi plug and play usano tutti celle LFP, con soglie di innesco quasi duecento gradi sopra la temperatura massima di esercizio. Sull’elettronica basta pretendere una scheda tecnica che dichiari IEC 62619, UN 38.3 e una lista completa di protezioni del BMS.

La posa resta l’unica variabile interamente nelle tue mani: appoggio solido, ombra, aria intorno, temperature dentro l’intervallo dichiarato e via dal percorso verso la porta di casa. Sono cinque decisioni che prendi una volta in dieci anni, e sono quelle che contano.

Domande frequenti

Quanto è probabile che una batteria di accumulo prenda fuoco?

Uno studio della RWTH di Aquisgrana pubblicato nel 2024 ha calcolato una probabilità di incendio dello 0,0049 per cento all'anno per singolo sistema di accumulo domestico, ricostruita su circa 1,6 milioni di apparecchi installati in Germania e sui casi riportati dalla stampa. Per confronto, nello stesso lavoro un'auto a benzina sta allo 0,089 per cento e un'auto elettrica allo 0,024 per cento.

Le batterie al litio ferro fosfato possono incendiarsi?

Sì, la chimica LFP resta una chimica al litio e in condizioni di abuso può andare in fuga termica. Cambiano le soglie e l'intensità: la fuga termica si innesca intorno ai 220-270 °C contro i 170-210 °C tipici delle celle NMC, il picco di temperatura si ferma intorno ai 620 °C invece che agli 800 °C, e la massa espulsa dalla cella è circa un quarto contro quasi metà.

Cosa scatena la fuga termica in una cella?

Tre famiglie di abuso: meccanico (schiacciamento, foratura, caduta), elettrico (sovraccarica, cortocircuito, corrente troppo alta) e termico (surriscaldamento esterno, sole diretto, incendio vicino). Il BMS di un accumulo serio interviene su tutte le grandezze elettriche e termiche, e negli apparecchi da balcone la lista dei blocchi comprende sovraccarico, scarica profonda, sovracorrente, cortocircuito, sovratemperatura e sottotemperatura.

Esiste una norma antincendio italiana per l'accumulo domestico?

Per gli apparecchi di taglia domestica non esiste una regola tecnica di prevenzione incendi dedicata. Le linee guida del Corpo nazionale dei vigili del fuoco arrivate con la nota DCPREV 21021 del 23 dicembre 2024, e chiarite dalla nota 9467 del 5 giugno 2025, riguardano i BESS di scala industriale e usano come unità di riferimento il container da 40 piedi. Per un accumulo da balcone contano le norme di prodotto e la corretta installazione.

Dove va messa una batteria da balcone perché sia sicura?

Su un piano solido all'aperto, con il grado IP dichiarato dal produttore rispettato, lontana dal sole diretto d'estate, non coperta da teli o cartoni, non appoggiata contro materiali infiammabili e fuori dal percorso che useresti per uscire di casa. Gli apparecchi in commercio dichiarano IP65 e intervalli di esercizio tipici fra -20 e +60 °C, con qualche modello che si ferma a -10 °C.

Si può spegnere con un estintore a polvere o a CO2?

Quei mezzi spengono la fiamma senza fermare la reazione dentro le celle, perché la fuga termica produce da sola sia calore sia ossigeno e non ha bisogno dell'aria intorno. È il motivo per cui un incendio di questo tipo può riaccendersi a distanza di ore. La cosa sensata da fare è chiamare il 112, allontanare le persone e lasciare il lavoro ai vigili del fuoco.

Cos'è la classe di fuoco L?

È la classe introdotta dalla ISO 3941:2026 per gli incendi che coinvolgono celle agli ioni di litio, e riconosce per la prima volta a livello internazionale che questi eventi non rientrano nelle categorie classiche A, B, C, D ed F. In Italia non nasce da qui alcun obbligo per le abitazioni private, mentre nei luoghi di lavoro la valutazione dei rischi va aggiornata di conseguenza.

L'accumulo si può tenere in casa o in cantina?

Gli accumuli da balcone sono progettati per stare all'aperto e i produttori indicano l'appoggio a terra su superficie piana. Portarli in un ripostiglio chiuso durante l'inverno è una pratica sensata per i modelli con limite a -10 °C, a condizione di scegliere un locale asciutto, ventilato, non usato per dormire e libero da materiale combustibile.

Il condominio può vietare la batteria sul balcone per motivi antincendio?

L'assemblea non può vietare in astratto un apparecchio certificato installato dentro il proprio balcone. Può però intervenire sul decoro architettonico e sulla sicurezza delle parti comuni, e il regolamento contrattuale può contenere clausole specifiche. Il tema è trattato per esteso nella guida sul fotovoltaico da balcone in condominio.

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